
“Capitale protetto” è un’etichetta rassicurante, e proprio per questo va letta con attenzione. Dietro la promessa di riavere indietro il capitale ci sono condizioni precise: un importo di riferimento, una data e la solidità di chi ha emesso il titolo. Capire questi tre elementi è ciò che distingue un investimento consapevole da una scelta fatta sulla fiducia.
I certificati a capitale protetto rappresentano la categoria più difensiva della mappa ACEPI, l’Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento, che classifica questi strumenti in base al grado di protezione del capitale: protetti, condizionatamente protetti e non protetti. Le categorie sono spiegate in Classificazione dei certificati.
Alla scadenza restituiscono il capitale in misura totale, cioè il 100% del valore nominale, oppure parziale, ad esempio il 95% o il 90%, salvo il default dell’emittente. In cambio offrono una partecipazione ai guadagni del sottostante, che può essere un indice, un’azione o un paniere, oppure il pagamento di cedole.
Occorre quindi distinguerli dai certificati a capitale condizionatamente protetto, nei quali il capitale è salvaguardato solo se il sottostante non tocca, o non chiude sotto, un livello prestabilito chiamato barriera capitale. Se la barriera viene violata, la protezione viene meno e il certificato replica in modo lineare la performance negativa del sottostante. Nei certificati a capitale protetto, invece, la soglia minima di rimborso è fissata in partenza e non dipende dall’andamento del mercato.
Per capire la logica di questi prodotti è utile scomporli. Un Equity Protection long, la tipologia più diffusa, si può costruire combinando due componenti: un titolo zero coupon e un’opzione call europea sul sottostante. Lo zero coupon assicura il rimborso del livello protetto (il cosiddetto floor) alla scadenza, mentre la call determina la partecipazione all’eventuale rialzo.
In termini di payoff, la combinazione di zero coupon e call equivale a detenere il sottostante con una put a protezione, la classica strategia di protective put. Più esattamente, poiché il certificato non incassa i dividendi, la replica corretta usa una call con strike zero, un’opzione che replica il sottostante al netto dei dividendi. Resta però una differenza sostanziale: nel certificato il pavimento è un debito della banca emittente, e quindi è esposto al suo rischio di credito.
Certificato con protezione al 100%, partecipazione all’80% e strike a 10 euro.
Da questa struttura deriva il trade-off di fondo: più protezione significa generalmente meno partecipazione ai guadagni, e viceversa. Il motivo è semplice: quanto più capitale serve a comprare lo zero coupon che garantisce il floor, tanto meno ne resta per le opzioni che generano il rendimento. Un caso concreto è un Equity Protection sull’S&P 500 che, a fronte della protezione integrale, dimezza l’eventuale rialzo dell’indice grazie a una partecipazione del 50%.
Il primo punto da chiarire è che la protezione riguarda il valore nominale, non il prezzo pagato. Nella maggior parte degli Equity Protection l’importo a scadenza non può essere inferiore al 100% del nominale, tipicamente 1.000 euro. Chi acquista sul mercato secondario sopra la pari non è protetto sulla differenza. I sovrapprezzi pagati all’acquisto, in sostanza, restano esclusi dalla protezione.
Il secondo punto è temporale: la protezione opera solo alla data di scadenza. Durante la vita del certificato il prezzo sul secondario oscilla in funzione dell’andamento del sottostante, della volatilità e dei tassi di interesse. Proprio la componente zero coupon rende il prezzo sensibile ai tassi: quando questi salgono, il suo valore scende, e con esso quello del certificato. In caso di disinvestimento anticipato il profilo di rischio può quindi cambiare in misura significativa, e si possono subire perdite parziali del capitale investito anche su un prodotto protetto al 100%.
Il discorso vale a maggior ragione per i certificati con protezione parziale. Con una protezione al 90%, ad esempio, una quota del capitale resta comunque esposta all’andamento del sottostante anche tenendo il titolo fino a scadenza.
Ci sono rischi che nessun livello di protezione elimina. Una panoramica completa è in I 6 rischi fondamentali dei certificati.
Il confronto corretto non è con lo scenario peggiore di perdere tutto, ma con le alternative prudenti reali, a partire dai titoli di Stato con scadenza simile. Se il rendimento potenziale del certificato non compensa il rischio emittente e la rinuncia a parte del rialzo, il titolo di Stato può risultare la scelta più efficiente.
Prima di investire conviene verificare alcuni elementi:

Resta aggiornato sulle novità pubblicate, sugli eventi, promozioni e comunicazioni commerciali.

Resta aggiornato sui nuovi certificati pubblicati, sugli eventi, webinar e comunicazioni commerciali.


